Assegno di Inclusione: quando aiutare chi è in difficoltà può aiutare anche l’economia
L’Assegno di Inclusione continua a dividere l’opinione pubblica. C’è chi lo considera uno spreco di denaro pubblico e chi invece lo vede come uno strumento necessario per garantire un minimo di dignità a chi attraversa un momento difficile. Io penso che la realtà sia più complessa.Quando una famiglia non ha abbastanza soldi per vivere, quei pochi euro che riceve difficilmente finiscono sotto il materasso. Servono per fare la spesa, comprare vestiti ai figli, pagare una bolletta, acquistare medicine o beni di prima necessità. In altre parole, quei soldi rientrano quasi subito nell’economia reale.
Il piccolo negozio vende qualcosa in più, il supermercato incassa, il fornaio lavora, il meccanico riceve un cliente. Ognuno di loro, a sua volta, utilizza quei ricavi per pagare dipendenti, fornitori e tasse. È un meccanismo semplice: quando il denaro circola, l’economia tende a muoversi.
Naturalmente questo non significa che gli aiuti debbano essere infiniti o senza regole. Chi può lavorare dovrebbe essere messo nelle condizioni di farlo, con formazione, opportunità e meno ostacoli burocratici. L’assistenza non dovrebbe sostituire il lavoro, ma evitare che una persona precipiti nella povertà mentre cerca di rialzarsi.
Credo che uno Stato forte non sia quello che lascia indietro chi è in difficoltà, ma quello che offre un sostegno temporaneo e, allo stesso tempo, crea le condizioni perché le persone tornino autonome. Le due cose non sono in contraddizione.
Spesso si sente dire che questi soldi vengono buttati via. Io non la vedo così. Se una famiglia utilizza quel contributo per acquistare beni essenziali, quei soldi non spariscono. Cambiano semplicemente mano e continuano a produrre attività economica.
Naturalmente tutto questo ha un costo. Le risorse pubbliche devono essere trovate e gestite con attenzione, evitando sprechi e controllando che gli aiuti vadano davvero a chi ne ha bisogno. Ma tra spendere denaro per sostenere famiglie in difficoltà e spenderlo in sprechi, consulenze inutili o opere mai completate, la differenza è evidente.
Alla fine penso che una società si misuri anche da come tratta chi attraversa un periodo difficile. Aiutare chi ha bisogno non significa premiare l’ozio. Significa evitare che una crisi temporanea diventi una condanna permanente. Se gli aiuti sono ben progettati, controllati e accompagnati da politiche che favoriscono il lavoro, possono sostenere sia le persone sia parte dell’economia reale.
Cu aiuta a l’autru, aiuta puru a iddu stissu.
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